Francesco Bianchi è analista finanziario da oltre vent’anni e da tempo affianca al suo lavoro l’attività di scrittore e ricercatore storico. Il coraggio dei vinti è il suo libro d’esordio, oltre ad aver ottenuto il primo posto alla sedicesima edizione del Premio Letterario “Nicola Zingarelli”, è risultato miglior romanzo storico alla tredicesima edizione del Premio Letterario “Un libro amico per l’inverno”.

Nei suoi romanzi Bianchi racconta il passato attraverso le storie di persone comuni, intrecciando memoria individuale e grandi eventi della storia italiana. La guerra, le sue conseguenze e il rapporto tra generazioni sono al centro dei suoi racconti che si basano su una ricerca attenta di fonti storiche e testimonianze. Attraverso le vicende dei protagonisti, l’autore restituisce così una dimensione umana alla storia, riportando alla luce esperienze e memorie che rischiano di essere dimenticate.

Con 1918. Alla fine voleranno liberi, in uscita il 16 settembre 2026, Bianchi torna alla Prima guerra mondiale e racconta il conflitto attraverso le vicende di soldati e crocerossine. Al centro del romanzo ci sono Ghigo e Boghe, compaesani e amici d’infanzia, che combattono nelle trincee della Grande Guerra. Li unisce la stessa terra, ma li divide tutto il resto: Boghe abbraccia con convinzione la vita militare, mentre Ghigo la subisce, cercando in ogni modo di restare umano in un mondo che non lo è più. Carola, Theresia e Luisa, crocerossine instancabili, vivono invece l’altra faccia del fronte: quella dei corpi martoriati, dei respiri che si spengono e delle vite che si aggrappano a un filo. Ogni ferito che passa sotto le loro mani è una storia sospesa tra ritorno al fronte e riposo eterno. Le strade dei protagonisti si incrociano quando il destino, capriccioso e crudele, intreccia le storie di soldati e infermiere in un fragile equilibrio di speranza e disillusione. Ma mentre la guerra precipita verso il baratro, Carola scopre un segreto che potrebbe cambiare tutto: Theresia nasconde messaggi e bigliettini arrotolati, prove inequivocabili di un’attività di spionaggio. Mentre Ghigo viene catturato durante la disfatta di Caporetto e Boghe si unisce agli Arditi, le crocerossine continuano la loro battaglia, per far fronte a un flusso di feriti che sembra inarrestabile. Solo nel 1918, quando il bollettino di Diaz annuncia la fine della guerra, il lume della speranza tornerà a brillare. Ma l’euforia non può che mescolarsi al lutto: nel cuore di chi è sopravvissuto a quegli anni di fango, gelo e sangue, rimane il ricordo di chi non ce l’ha fatta.

Abbiamo parlato con Francesco Bianchi del suo percorso di scrittore, delle storie e delle testimonianze da cui prendono forma i suoi romanzi e del rapporto tra ricerca storica e libertà narrativa. Un dialogo che parte dal suo modo di raccontare il passato e arriva al suo ultimo romanzo, tra personaggi, fonti e prospettive diverse sulla Grande Guerra.

Ha scritto diversi romanzi ambientati in momenti diversi della storia italiana. Cosa accomuna i suoi libri e cosa cerca nelle vicende del passato che sceglie di raccontare? 

Quello che scrivo nasce sempre da una testimonianza vera. Non riesco a ignorare le storie che mi arrivano, che provengano da testimoni viventi o da documenti dimenticati, e quando inizio ad approfondirle trovo talmente tanti elementi significativi che sento il bisogno di condividerli. La mia attività di scrittura, così come quella di ricerca, nasce in modo naturale da questo incontro con le vite degli altri. È stato così per il mio precedente libro, Tigri e colonie, ed è stato lo stesso per 1918. In questo caso la fonte principale è stata un diario manoscritto di un prigioniero di Caporetto, rimasto chiuso in un cassetto per oltre cento anni e arrivato a me in modo del tutto inatteso. Una testimonianza unica, che meritava di essere riportata alla luce e sottratta all’oblio.

I suoi romanzi nascono da una forte ricerca storica, ma sono anche storie di sentimenti, legami e scelte. Quanto è difficile trovare il giusto equilibrio tra documentazione e libertà narrativa?

La ricerca storica è la base dei miei romanzi, ma per renderli davvero fruibili e coinvolgenti è necessario che non si limitino a trasmettere informazioni: devono diventare luoghi di immedesimazione, se non di ispirazione. Un romanzo storico che si concentra solo sui fatti è certamente istruttivo; un romanzo storico che apre quei fatti ai sentimenti, alle consuetudini, alle relazioni passate e spesso dimenticate, diventa qualcosa di più. È capace di completare la comprensione del presente, di restituire profondità alle nostre domande e di farci riconoscere, nelle vite degli altri, una parte della nostra. L’equilibrio tra documentazione e libertà narrativa nasce proprio da questa tensione: essere fedeli alla storia, ma anche fedeli all’umanità che la attraversa.

Ha raccontato la guerra da punti di vista molto diversi. C’è un personaggio, tra quelli che ha creato, al quale si sente particolarmente legato? 

Durante la ricerca per 1918, oltre al diario di Ghigo, prigioniero a Caporetto, ho ricostruito la vita di Boghe, appartenente agli Arditi. È stato possibile grazie ai racconti, alle testimonianze e ai documenti che rappresentano l’ultima eredità di mia nonna Marisa. Fino all’ultimo giorno ha conservato una lucidità straordinaria, che le permetteva di riportare alla memoria episodi e dettagli preziosi. Boghe è diventato parte di me, come lo è stato Elio, mio nonno materno, protagonista del mio romanzo d’esordio Il coraggio dei vinti. Sono figure che non ho semplicemente raccontato: mi hanno accompagnato, e continuano a farlo.

Nel suo ultimo romanzo mette a confronto due esperienze della Prima guerra mondiale: quella dei soldati al fronte e quella delle crocerossine impegnate negli ospedali militari. L’idea di raccontare la guerra attraverso due prospettive diverse era presente fin dall’inizio oppure è maturata strada facendo? E quale delle due prospettive ha finito per coinvolgerla di più?

La Prima guerra mondiale segna la fine di un’epoca in cui il ruolo delle donne era confinato quasi esclusivamente alla sfera domestica. Per questo mi è sembrato naturale, e necessario, raccontare la guerra anche attraverso lo sguardo delle crocerossine. Mi sono ispirato a figure come Luisa Zeni, a personalità come Rosa Genoni, e alla stessa Regina Elena, che ebbero un ruolo fondamentale nel portare le donne dentro la vita pubblica, civile e assistenziale. Questa prospettiva mi ha coinvolto profondamente nella scrittura.

La redazione


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