István è un ragazzo di quindici anni, si trasferisce con la madre in una piccola città della provincia ungherese e ricomincia in una nuova scuola. Non è esattamente un’età facile e, come se non bastasse, arriva in un momento in cui l’ordine sociale scolastico si è già consolidato. Fatica a farsi degli amici e con le ragazze non ci sa proprio fare, finisce così per trascorrere la maggior parte del tempo isolandosi nella sua stanza. 

In un appartamento del palazzo in cui si sono trasferiti vive una signora che, poco dopo il loro arrivo, chiede a István se può aiutarla a portare a casa le buste della spesa. Da allora, una o due volte a settimana, lui la accompagna al supermercato. Tra i due si instaura una consuetudine che sembra del tutto innocua, fino a quando, un giorno, la donna bacia István. Lui prova vergogna e anche una specie di orrore al pensiero di aver fatto quel che ha fatto con una vecchia e brutta come lei, tuttavia quel bacio diventa una di quelle cose che fanno quando vanno al supermercato. István non può fare a meno di aspettare quel momento, tanto che quella relazione diventerà per lui un’ossessione.

Istvàn finisce per trovarsi in una relazione – una relazione sessuale – con una donna molto più grande di lui. Il rapporto tra i due finisce con un incidente violento, catastrofico. Qualcuno muore, e questa morte condiziona profondamente la vita di Istvàn: viene incolpato, passa del tempo in un carcere minorile e la traiettoria della sua vita ne viene condizionata in maniera enorme.

Nella carne si apre con il racconto di uno dei tanti momenti della vita di István, che viene presentato prima come un ragazzo, subito dopo come un uomo, in balìa di forze che non riesce a controllare non solo sul piano politico, ma anche su quello istintivo. Dentro la sua carne sente crescere un vigore che lo governa e che spesso finisce per imprimere svolte decisive alla sua esistenza. 

«Avevo messo in chiaro fin dall’inizio, tra me e me, che volevo scrivere un libro che parlasse della vita non solo come esperienza fisica, perché ovviamente la vita non è solo questo, ma volevo che il libro ponesse la corporalità in una posizione centrale nel quadro della vita. Volevo che la corporalità dell’esistenza fosse il punto di partenza, il fondamento su cui posare le altre cose» David Szalay

Sullo sfondo della storia europea degli ultimi quarant’anni, David Szalay costruisce un personaggio allo stesso tempo magnetico e respingente. István non ha nulla di particolare: parla poco ed è costantemente impassibile, dagli eventi più fortunati a quelli più tragici, si lascia trascinare sfoderando l’arma del suo laconico: «Okay». Tutte caratteristiche pessime per il protagonista di un romanzo, eppure vogliamo sapere dove questa corrente lo porterà, quanti gradini riuscirà a scalare prima di precipitare rovinosamente a terra di nuovo.

«Credo che la vita non sia composta solo da una serie di decisioni razionali. […] Penso piuttosto che sia formata da molte reazioni istintive e irrazionali» David Szalay

Il romanzo fa dei grandi salti temporali, ogni capitolo atterra più avanti nella storia chiedendo al lettore di riempire da solo quello che non ha raccontato. L’autore non spiega perché il protagonista dice certe cose, quali sono i suoi pensieri, e questo è uno dei trucchi migliori per far correre l’immaginazione di chi legge. La storia vive di ciò che rimane fuori campo. È un minimalismo che non tranquillizza e che rende ogni decisione più ambigua.

Szalay conferma il suo talento per la prosa asciutta, ogni capitolo è breve, netto, a volte brutale. Sfugge alle mode della narrativa anglofona contemporanea: niente compiacimento stilistico, niente psicologismi. Sembra invece essere interessato a una domanda più profonda: cosa resta dell’individuo quando tutto ciò che gli accade non può più essere spiegato, soltanto vissuto?
La vittoria del Booker Prize 2025 non premia solo una storia ben costruita: riconosce la forza di uno sguardo che interroga ciò che spesso preferiamo non vedere.

La redazione


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